The People’s Act of Love = Per Amore del Popolo


Siberia, 1919: nello sperduto Nord della Russia appena dilaniata dalla guerra civile vive una piccola setta cristiana guidata da un enigmatico leader, Balashov, e nella stessa zona è stanziato un reggimento di soldati cechi che vorrebbero rientrare in patria, ma si trovano tra i perdenti del recente conflitto: il loro destino è incerto. In questa isolata comunità fa il suo ingresso Samarin, fuggito da un gulag ancora più a nord, sostenendo di essere inseguito da un cannibale che l'aveva preso prigioniero per cibarsene. Immediatamente catturato, viene portato davanti al capitano Matula, il megalomane comandante del reggimento; ma il suo arrivo ha risvegliato anche l'attenzione di altre persone...


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Per amore del popolo – Intervista allo scrittore James Meek

Di Andrew Lawless

Tradotto da: Francesca Livraghi

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Il terzo romanzo di James Meek, Per amore del popolo [edito da Longanesi], è ambientato in una piccola città della Siberia nel 1919, durante la Guerra civile russa. I personaggi e la trama, tuttavia, sono molto lontani dai tipi letterari dei rossi e dei bianchi. Tra le sue drammatis personae ci sono cristiani castrati, cannibali e una divisione dell’esercito ceco disfatto in una guerra che dovrebbe, nelle intenzioni, averli a quel punto della storia, liberati.

Il romanziere Michael Faber ha descritto Per amore del popolo come “una storia grande, coraggiosa e tremendamente diversa, raccontata con un’autorità quasi soprannaturale”, mentre Irvine Welsh, nel Guardian, ha affermato che si tratta di “un romanzo scritto in modo pregevole, che, benché ambientato nel passato, profuma come la narrativa più contemporanea”. Oltre ai riconoscimenti di numerosi altri scrittori, Meek ha ricevuto importanti apprezzamenti dalla critica e Per amore del popolo è stato inserito tra i candidati al Man Booker Prize.

Altrettanto conosciuto come giornalista – i suoi reportage dall’Iraq e Guantanamo Bay hanno vinto svariati premi inglesi ed internazionali – James Meek ha gentilmente preso una pausa per raccontare di Per amore del popolo e della sua attività di scrittore a Three Monkeys Online.

TMO: Molti romanzi vengono pubblicati con un titolo di convenienza, un titolo che risulta facile all’orecchio (e all’occhio), ma che non aggiunge né toglie nulla al lavoro d’insieme. Per amore del popolo , come titolo, sembra invece andare contro questa tendenza, agendo come una chiave che schiude il significato profondo dell’opera. È vero questo? E quanto importante è stato il titolo per lei?

James Meek: Il titolo è una citazione dal libro. La incontrai rileggendo il libro una volta terminato e ne feci il titolo. In questo senso è saldamente calato nella narrazione e nelle idee dei personaggi che la costituiscono; scegliendo la citazione per titolo ho cercato di attirare l’attenzione sul significato che aveva per me. Se c’è un punto su cui i quattro personaggi principali del libro – Anna, Samarin, Balashov e Mutz – sono d’accordo, è che l’amore esiste ed è importante. Ciò su cui non sono d’accordo è cosa sia l’amore. Samarin e Balashov credono che possa andare al di là dell’amore di un uomo per una donna, o di una madre per il figlio, o di quello fra due amici, oltre l’amore individuale. Questo è l’amore di Dio; questo è l’amore della gente; è l’amore della tua nazione. Anna e Mutz sono più scettici riguardo questo tipo di idealismo. Tuttavia, l’intensa ricerca dell’amore di Dio e della gente da parte di Samarin e Balashov, fino alle estreme conseguenze, attrae Anna. Mutz sa che senza questo a lui manca qualcosa da poter dare a lei. L’atto d’amore delle persone è, letteralmente, un atto di cannibalismo. Ma agli occhi di Samarin è un piccolo gesto d’amore, di affetto e attenzione da parte di una generazione fallita, morente, nei confronti di una generazione nuova e più felice. La capacità di vedere qualcosa di crudele come un atto d’amore è caratteristico dell’idealismo estremo e, in un certo senso, di un modo maschile di pensare. Questa idea si riflette nell’intero romanzo.

TMO: Lei è un giornalista e uno scrittore di successo. Le differenze tra giornalismo e narrativa sono ovvie: una disciplina chiede all’autore di inventare, l’altra glielo impedisce. Nonostante questo, esistono delle analogie tra giornalismo e narrativa?

James Meek: Io opererei una distinzione all’interno del giornalismo stesso tra ciò che è fare cronaca, ed è ciò che ho fatto maggiormente, e altre forme di giornalismo – recensioni, editoriali, interviste con personaggi famosi, racconti di eventi sportivi, pettegolezzo. Una delle limitazioni principali che ha il reporter, al contrario del romanziere, è lo spazio. Al cronista è chiesto di essere sintetico, a volte questo è spinto all’estremo. Le notizie raccontate in 150 parole lasciano poco spazio a considerazioni sul ritmo o sulla poesia e le storie di 1500 parole non ne lasciano molto di più. Di norma c’è anche una rigida scadenza da rispettare. Si potrebbe pensare che tutto questo esercizio di sintesi faccia bene a un autore di romanzi. Io non ne sono sicuro. Per sentirti a proprio agio nel mestiere di scrittore, anche di racconti, tu non puoi darti dei limiti, o non limiti, di lunghezza.

Nel corso degli anni la mia attività di giornalista è cambiata. Recentemente mi è stata data l’opportunità di scrivere pezzi più lunghi, che possono trasmettere delle sensazioni, dipingere gli stati d’animo e le atmosfere di un certo luogo in un certo momento piuttosto che descrivere asetticamente le azioni di attori al comando di eventi considerati notizie. In questo tipo di pezzi ci può essere vicinanza tra lo scrittore e il giornalista in due modi: l’occhio inventore dello scrittore, in realtà i suoi occhi, orecchie, naso e il tatto devono riuscire a estrapolare i pochi dettagli che trasmettono un senso di spazio senza il tedio di dover elencare tutto ciò che si è percepito. La differenza è che l’autore di romanzi probabilmente si ricorderà tutti i dettagli più tardi.

L’altra analogia è l’immaginazione. Per immaginazione si intende di solito l’espansione del reale, ma è anche uno strumento per controllare il mondo concreto dell’esperienza. Come lo scrittore usa la sua immaginazione per indagare solo quelle piccole parti dell’infinito mondo delle possibilità che servono alla sua narrazione, così il giornalista, prima di cominciare a raccontare una storia, deve usare l’immaginazione per decidere dove dovrà andare e con chi dovrà parlare – per immaginare il tipo di fatti che potrebbero accadere e ciò che la gente reale effettivamente gli dirà.

TMO: Scrivendo nella London Review of Books riguardo ad un ritorno dei libri riguardanti la Seconda Guerra Mondiale lei ha commentato: “Per gli scrittori la guerra è una base ritmica, non la melodia”. Questo solleva una domanda: cos’è più importante, la base ritmica o la melodia? Fino a che punto, collocando gli avvenimenti sullo sfondo di una guerra, l’autore crea automaticamente un racconto?

James Meek: In quello stesso articolo scrissi che la guerra trasforma la più semplice delle relazioni in un mènage à trois – la ragazza amoreggia con un soldato, ma il soldato amoreggia con la morte. Durante una guerra civile o in tempi di tirannia ognuno amoreggia con la morte. Fino al punto in cui per lo scrittore si creano delle particolari possibilità drammatiche. Non credo ci sia niente di automatico in questo. L’ambientare i libri durante una guerra può essere inutile e stupido. Se lo scrittore si affida ad un qualsiasi scenario per la sua finzione narrativa fallirà. L’arcobaleno della gravità e Addio alle armi non sono dei grandi romanzi perché sono ambientati durante una guerra, ma per come agiscono i personaggi in questa ambientazione. Inoltre, solo poche azioni umane, e non importa fino a che punto estreme, accadono in tempo di guerra. Anche i periodi di pace sono pieni di germi di crudeltà, sofferenza e perdita. È solo meno probabile che sboccino nella loro crudele pienezza. Ma ci sono, lì che aspettano di crescere, si possono vedere, e se ne può scrivere.

TMO: Lei ha scritto un romanzo sui fanatici religiosi, sulla guerra e sul terrorismo. A parte il fatto che è ambientato nel 1919, in Siberia, sembra molto collegato al presente. Quanto ha pesato lo ’scontro di civiltà’ post 11 settembre nella stesura del libro?

James Meek: Anche se l’11 settembre il libro era ben lungi dall’essere terminato, la sua struttura e contenuti erano già delineati. Non fu rivisto alla luce di quello e dei successivi eventi. Sembra rilevante, ma non è perché io fui influenzato dall’11 settembre, né perché io lo avessi predetto, ma perché il fanatismo religioso, la guerra e il terrorismo sono eterni. Come tutti i mali di ogni civiltà, la necessità di trattarli con i migliori mezzi a disposizione non preclude l’accettazione che saranno sempre tra noi. Storicamente parlando, dire che lo scontro (non c’è stato molto di civile in questo evento), a cui si fa riferimento, si iniziato l’11 settembre è come dire che la Seconda Guerra Mondiale sia cominciata il 7 dicembre 1941.

Ciò che ho appena detto non significa che il libro non sia pertinente a quello che è diventato un conflitto tra fondamentalisti islamici, fondamentalisti cristiani-ebrei e liberali secolarizzati negli Stati Uniti, Europa, Israele e nel mondo arabo. Nelle azioni di questi tempi che vedono protagonisti i kamikaze islamici si rispecchia una perfetta fusione dell’idea di suicidio di Balashov e Samarin. Come Balashov, ’l’uomo bomba’ sacrifica il suo corpo per un ideale intangibile, per l’amore di Dio; come Samarin, il kamikaze sacrifica civili innocenti per un ideale, per l’amore della Gente. Come Balashov e Samarin, il kamikaze gira le spalle al mondo dei genitori, dei bambini, degli amanti e amici, o, per lo meno, ci prova. Le prigioni del mondo sono piene di uomini-bomba che, quando tocca a loro, come Balashov e Samarin, non possono tirarsi indietro. Se può mettere a disagio qualcuno che il fanatismo religioso di Balashov sia cristiano e che Samarin veda nel fanatismo cristiano una soluzione a una distrazione personale, avrò raggiunto un obiettivo.